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Chiesa
Pari opportunità per le donne nella Chiesa?
1. L’esigenza di incrementare la partecipazione delle donne alla vita della chiesa si rende sempre più impellente; la situazione ecclesiale oggi appare anacronistica di fronte ad una società che ormai prevede la totale parità di diritti e doveri di tutti.
1.1 Nelle legislazioni nazionali e internazionali più avanzate è stata riconosciuta la parità dei diritti fondamentali a maschi e femmine, nei diversi ambiti della vita sociale si fa di tutto perché la partecipazione maschile-femminile sia proporzionatamente rappresentata. 1.2 All’interno della Chiesa cattolica siamo dinanzi ad una situazione che, a dir poco, è imbarazzante. Da un lato il Codice di Diritto Canonico afferma: “Fra tutti i fedeli, in forza della loro rigenerazione in Cristo, sussiste una vera uguaglianza (vera aequalitas) nella dignità e nell’agire e, per tale uguaglianza, tutti cooperano all’edificazione del Corpo di Cristo, secondo la condizione e i compiti di ciascuno” (can. 208). Dall’altro lato, se le donne, in forza della suddetta eguaglianza di dignità e di agire, volessero servire la Chiesa col ministero ordinato, non potrebbero farlo: “Riceve validamente la sacra ordinazione esclusivamente il battezzato di sesso maschile” (can. 1024). Che ne è quindi della affermata uguaglianza nella dignità e nell’agire? 1.3 Comunque, al di là della questione canonistica, il problema si pone ugualmente: è pensabile (ed è sopportabile), per una persona del nostro tempo, che le donne vengano considerate – di fatto – non idonee al ministero ordinato? Cosa manca all’umanità della donna? E poi, con tanta riflessione mariologica, abbiamo mai preso sul serio il fatto che il più grande ministero della generazione nel tempo del Figlio di Dio è stato affidato ad una donna, di nome Maria? 1.4 Se parliamo del ministero per le donne non ci riferiamo soltanto al caso ‘estremo’ del ministero ordinato, ma al pieno inserimento delle donne in tutta la vita della Chiesa e alla piena collaborazione maschile-femminile. 2. Può sorgere legittima la seguente domanda: è lecito assumere un dato socio-politico e culturale per interpretare e ridiscutere la tradizione cristiana (le sue fonti, le sue prassi, le sue teologie…)? Certamente sì, dato che nel passato altri dati socio-politici e culturali hanno di fatto influenzato, se non proprio determinato, la tradizione ecclesiale-ecclesiastica. 2.1 D’altra parte, accogliere le acquisizioni che il nostro tempo ha maturato nei diversi ambiti della vita (democrazia, legislazione sul lavoro, diritto allo studio, riconoscimento dei diritti dei bambini e così via) ci sembra un atto doveroso. 2.1.1 La Chiesa ha già accolto tutto questo come opportunità di crescita e di sviluppo anche in riferimento alla vita cristiana, nonostante che nella Scrittura, nella tradizione e nelle prassi del passato si trovino delle controindicazioni; basti pensare all’idea che il potere del re veniva da Dio, che le classi sociali e la povertà fossero considerati dati naturali, che i bambini non fossero considerati soggetti di diritto e così via. 2.1.2 Perché mai la Chiesa non dovrebbe accettare il superamento di altri condizionamenti che si sono introdotti nell’accoglienza della rivelazione? 2.2 La precedente considerazione vale ancora di più se assumiamo la storicità (comprendendo in essa anche gli avvenimenti storici) come il luogo in cui prende forma il kairòs di Dio, il tempo propizio che Dio concede per ricomprendere la rivelazione divina e per aprire nuovi orizzonti alla sua novità. 2.3 Ci sembra opportuno pensare che ogni tempo offre il suo servizio alla comprensione (sempre prospettica e mai esaustiva) della verità di Dio, dell’uomo e del mondo; in questo senso, come è avvenuto per la teologia del passato, dobbiamo accogliere le pro-vocazioni del nostro presente come qualcosa che spinge verso un futuro migliore, che sarà realizzabile quanto più siamo alleggeriti del peso del passato. 3. Giovanni Paolo II afferma che il problema del ministero ordinato femminile non è competenza della chiesa in quanto si tratta di una decisione divina. “Dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa.” (cfr. Ordinatio Sacerdotalis, 3). A tale riguardo vanno fatte due osservazioni. 3.1 La prima è che questa affermazione viene fatta dal papa; il quale rischia di avere la pretesa di interpretare il pensiero di Dio stesso, e, volendo, il papa stesso, successivamente, potrebbe convincersi che non è decisione divina. 3.2 La seconda è che tante volte nella storia sono avvenute maturazioni e cambiamenti. Per esempio nell’800 fu condannata come empia l’affermazione della libertà di coscienza; è vero che si voleva prevenire il problema del relativismo; ma l’affermazione risulta abbastanza perentoria: “perseguiamo l’altra causa generatrice di quei mali dai quali ci doliamo che la Chiesa viene afflitta nel presente; ci riferiamo all’indifferentismo cioè a quella perversa opinione… secondo la quale con qualsiasi professione di fede può essere conseguita l’eterna salvezza dell’anima se i costumi vengono obbligati alla norma del retto e dell’onesto; da questo puzzolentissima fonte dell’indifferentismo fluisce quell’assurda ed erronea sentenza o piuttosto deliramento, che debba essere affermata e rivendicata ad ognuno la libertà di coscienza” (Gregorio XVI, enciclica Mirari vos arbitramur del 15 agosto 1832: DS 2730). Il Concilio Vaticano, con lo splendido documento Dignitatis humanae, invece: “dichiara che la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa. Il contenuto di una tale libertà è che gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte di singoli individui, di gruppi sociali e di qualsiasi potestà umana […] Inoltre dichiara che il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana, quale si conosce, sia per mezzo della parola di Dio rivelata, che tramite la stessa ragione. Questo diritto della persona umana alla libertà religiosa deve essere riconosciuto e sancito come diritto civile nell’ordinamento giuridico della società” (DH 2). 4.Inoltre, dal fatto che gli apostoli che Gesù ha scelto sono maschi non si può indurre di per sé né che egli avesse voluto espressamente escludere le donne, né che l’apostolato debba essere considerato per natura sua maschile.
4.1 Dobbiamo stare attenti a non scivolare dal semplice rilievo di un dato di fatto alla sua assunzione a dato di principio. Tanti dati di fatto non sono mai diventati dati di principio: per esempio il fatto che gli apostoli erano ebrei, parlavano solo lingua aramaica, erano quasi tutti sposati e, probabilmente, portavano la barba; e, viceversa, tanti dati che prima non erano di fatto sono sorti successivamente: per esempio il potere temporale del papa; e così via. 4.2 Ce ne vuole per passare dal dato descrittivo della situazione di fatto a quello valutativo, cioè al riconoscimento di valore positivo ed esclusivo. 5. Infine, va ricordato che nella dinamica culturale, ogni dato di fatto può entrare in discussione nel momento in cui si comincia a tematizzare la realtà in maniera diversa; è proprio dai nuovi temi, quanto più ampiamente vengono condivisi, che va maturando l’ulteriore fase della istituzionalizzazione; con essa viene superata la situazione precedente e se ne delinea una completamente nuova. A noi sembra che l’elaborazione moderna del tema femminile e la sua istituzionalizzazione nei nuovi ordinamenti possa costituire una opportunità, suscitata da Dio attraverso la storia, per lo sviluppo della vita ecclesiale. Domanda:
Ritieni che la Chiesa debba riconoscere pari opportunità alla donna in tutti gli ambiti della sua vita? A questa domanda le 2 comunità si sono espresse in questo modo:
TOTALE COMPLESSIVO Schede votate: 413 di cui Si: 287 (70%); No: 121 (29%); Bianche 5 (1%)
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