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Lettere da Laodicea
- Quando tu vuoi, vieni.
- La solidarietà sfida le istituzioni.
- Tienimi in piedi
- IL CIECO E GLI ALBERI (Racconto da “Il sogno di Dio”)
- Dalla Francia…
- Dacci oggi il nostro Papa…
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Quando tu vuoi, vieni. Sei sempre venuto, in tutti, in ognuno di noi. Sei sempre venuto nel silenzio, con un sorriso, con una speranza. Sei sempre venuto, a Mosè nel roveto ardente, quel roveto ardente che è la coscienza di ogni uomo, un roveto ardente che non si consuma mai. Sei sempre venuto in Elia, nel carro di fuoco che altro non è che la sofferenza d’essere esiliato, anche lui nel deserto dell’emarginazione e dell’abbandono. Sei sempre venuto, in Isaia, non nel tuono, non nel lampo, non nel clamore, non nel chiasso, ma nella brezza di un leggero vento di aurora. Quanto è difficile il tuo silenzio! Incomprensibile per la nostra mente. Sei sempre venuto nell’offerta di ogni martire, nell’offerta di ogni dolore, nel dono di ogni cuore. Sei sempre venuto nella vita di ogni uomo. Vieni, ci raggiungi e ci porti lontano. Appena lontano da noi stessi, con un raggio del tuo Spirito. Appena lontano con un’ala di coraggio. Vieni, ci prendi e ci porti nel tesoro della nostra coscienza. Sei sempre venuto, in santa Teresa d’Avila che a 41 anni grida la sua vita misera, senza senso. Sei sempre venuto, in sant’Agostino che sotto un albero piange l’amarezza dei suoi peccati. Sei sempre venuto, in san Francesco d’Alcantara che nelle notti oscure riposava appoggiato per un’ora soltanto a una sbarra di ferro per dormire. Sei sempre venuto, in san Giovanni della croce ad abbracciare l’impossibile delle notti oscure. Sei sempre venuto a raggiungere ognuno di noi e a sollevarci dentro su ali d’aquila. Sei sempre venuto. Ogni santo, ogni martire per una volta almeno, si è innamorato del tuo Spirito Santo. E allora a tutti si e a me no! A noi quando? Quando vuoi, vieni. Vieni come a Oscar Romero. Vieni come nei martiri a sostenere il patibolo. Vieni come a don Tonino Bello a infondere il dialogo delle notti insonni. Vieni a indicarci la scala per salire a te. Vieni a prestarci un’ala di riserva per innalzarci in alto, al di sopra di ogni dolore, al di sopra di ogni vergogna, al di sopra di ogni peso. Quando vuoi, vieni. Il colpo finale lo so, è tuo. E allora, vieni. Viene a calmare le nostre cose. Vieni a spegnere ogni odio. Vieni a cancellare ogni guerra. Vieni nei nostri giorni. Vieni nelle nostre malattie. Vieni nei nostri cancri. Vieni nelle nostre singole lacrime. Vieni, affinché ogni lacrima sia una tua ala. Vieni, affinché ogni dolore sia quel vento leggero che passa, sia quel vento leggero per scoprire la tua presenza. Di te non abbiamo un segno, non una croce, non un sudario, non una benda. Di Cristo tanti segni: quello della croce, quello della mangiatoia, quello del pane, quello del vino, quello dell’altare, quello del cenacolo, quello della tomba, quello della risurrezione. Tu, la Parola. Quando vuoi, vieni. Non sei un costato che si incendia. Non sei un cuore che si infiamma. Non sei un altare, dove si consacra. Sei appena in un seno di donna, dove si incarna Dio. Vieni, non conosciamo altri segni per raffigurarti, se non lo Spirito stesso che aleggia dentro di noi. Vieni, sei senza segni. E’ giunto il momento, ed è questi , in cui si adorerà Dio in Spirito e Verità. Vieni, sei senz’ali, perché lo spirito vola anche senz’ali. Vieni, tutti dentro ti sentiamo. Quando vuoi, vieni. Per uno, una carezza. Per un altro, un sorriso. Per un altro ancora, un sostegno. Per altro poi, un consiglio. Per un altro ancora, un discernimento. Vieni, per me anche in una lacrima. Vieni, l’ultimo colpo d’ali è tuo. Vieni, raggiungici, prendici e portaci lassù, dove nostro Padre, dall’eterno, ci attende. Vieni, tu consacri il nostro spirito nella verità e nell’amore. Vieni non soltanto a liberarci dal dolore, non solo dalla sofferenza, non solo dalle ingiustizie. Vieni, siamo pronti, l’ultimo colpo d’ali è Tuo. Veni, creator Spiritus. P. Paolo Turturro
La solidarietà sfida le istituzioni. Giovanni Rodelli in occasione del 25° di sacerdozio di don Mario Aldegani, Foresta Riccardo di Roverbella (MN), Villa Joseph don Orione Ischia, Russo Letteria di Messina, Emilia Pedacchia di Milano, Anita Schiazzano di Messina, Don Benedetto della concattedrale di Giovinazzo (BA), la comunità parrocchiale di Maria Assunta in cielo di Giovinazzo (BA), Agostino Picicco di Milano, l’associazione regionale Pugliese di Milano, la comunità di Cornaredo - (MI), il liceo scientifico di Asola (MN), Alda Merini di Milano.
Tienimi in piedi Come spegnere le vampe del dolore? Come contenere lo strazio della sofferenza? Nel patire siamo chiamati a mostrare Dio nel mondo. Il pastorale del sacerdote è il legno della croce. Sono qui solo a meditare la mia situazione. Il cuore è morto e la mente non si ribella più. Sto entrando nell’ultima fase dell’impossibile. Morire è meno pesante. Meno male che ci sei tu a sostenermi. Il mio è un compito inaudito. Non sono un santo, non posso resistere con le forze umane. Avverto dentro una presenza orante, non mia, della chiesa, di tante comunità che mi sostengono. Sento di essere morto, e vivo. Sono una croce ambulante. Non posso andare ad annunciare il risorto. Sento attorno amici che mi sorreggono, dentro non si distrugge lo spirito. Dinanzi a tutta questa spinosa situazione mi voglio mettere in ginocchio e adoro la volontà di Dio. Non voglio fare la mia volontà, ma nella preghiera, nell’ascolto della Parola di Dio, voglio scoprire la sua. Quello che lui mi dirà, farò. Ogni giorno invento canti e sinfonie per lui. Prima o dopo si commuoverà e mi donerà la sua calma. Gli alberi del Borgo della pace non sono scettici e attendono il pellegrino del silenzio. Là, sono il viandante che cerca Dio. Ho lo sguardo fisso a Cristo che il mondo non sa svelare. In questo oriente voglio compiere l’ultima lotta, in cui lo spirito rende immortale il corpo. Qui mescolo il mio sangue nelle vene dello spirito. Questa mia lotta mi è condonato. Qui sono nell’altro. Niente discussioni. Niente commiserazioni. Non si giudicano i santi. Qui mi abbandono per non fermarmi. Se avessimo la forza della natura, spaccheremmo il cielo. Tu non vuoi sostituirti alla mia volontà, non la vuoi annientare, ma vuoi che il mio volere ti cerchi e ti trovi. Vuoi che il mio impegno sia la forza per trovarti e amarti. E dentro mi assicuri che le umiliazioni sono destinate a passare. Vergine della pace, donna della mitezza, tienimi in piedi. La tua corona del rosario mi alzi e mi sostenga. Senza, zoppico nel dubbio, zoppico nell’angoscia, zoppico nelle vampe che mi bruciano la mente. Tienimi in piedi. Ti offro tutta la mia situazione per gli ammalati di cancro. Ti offro, quello che c’è dentro l’animo, per i fratelli che cadono nella disperazione. Tienimi in piedi. Mi accascio e l’anima si avvilisce. Tienimi in piedi. Questi grani più li stringo e più mi stringono. Tienimi in piedi, senza di te già sono a terra, già cenere che il vento disperde. Tienimi in piedi. L’uomo non è fatto per sostenere la croce del cuore. Tienimi in piedi. E’ arduo, difficile procedere con il bastone della croce in mano. Tienimi in piedi, fino a quando Dio lo sa. Fino a quando anche il dolore stanco diviene un’ala per sollevare qualcuno che ha bisogno della forza delle nostre sofferenze. Tienimi in piedi. Lo spirito soccombe sotto le ingiustizie. Tienimi in piedi, nello spirito del nascondimento, affinché nessuno mi veda eroe, cosicché gli sforzi tutti, in questo nuovo orgoglio, svaniscono nel nulla. Allora tienimi in piedi, senza togliermi il dolore. Al limite, Vergine della pace, donna della mitezza, se non ce la faccio, tienimi in braccio. Nelle tue braccia sia fatta la volontà del tuo figlio. Sia una festa, la sua volontà. P. Paolo Turturro
IL CIECO E GLI ALBERI (Racconto da “Il sogno di Dio”.) Sotto il noce, sdraiato all’ombra. Mario fremeva dinanzi alla lettura del vangelo. Rifletteva presso la piscina, dove un cieco non riusciva a immergersi. “Al di là delle cose umane, al di là dei miei limiti ungimi con il tuo olio di salvezza.” Così piangeva il cieco nato, nell’elemosina del tempio. E gli apostoli si interrogavano: “Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse così?” Gesù rispose, non solo agli apostoli: “Non lui ha peccato e neanche i suoi genitori. Non solo per lui, ma per tutti, affinché si manifestino le opere grandi di Dio. Finché c’è luce si deve guarire. La notte e le tenebre uccidono il peccato e la mente.” Alzati vieni qui, la tua luce già cammina negli occhi. Ecco questo è il balsamo che piangevi, è l’unguento che guarisce. La saliva che rischiara, è il fiato che genera luce. Ora va a Sìloe, tu inviato da Dio, ad annunciare la guarigione. Quello, cieco ancora, l’acqua lo guarì e ritornò che ci vedeva. “Oh! la luce! Oh! la luce! Vedo gli uomini! Come alberi che camminano. Vedo la luce che mi illumina di gioia il volto. E le mani! E il mio corpo! Le mie braccia. I miei piedi. Tutto io vedo. Io cammino e vedo. Io cammino e abbraccio i monti. Là, l’arcobaleno abbraccia i colli. Ora vedo, ora vedo. Oh! la luce! Oh! la luce!” E i farisei: “Ma è un medico! Quante bugie un pezzente. Non ci vede. Non ci vede. Lui dice, ma non ci vede.” Altri poi: “Gli assomiglia. Vedi che non chiede l’elemosina. Non è lui. Che stolti che siete. Un cieco che ci vede. Non chiede ancora l’elemosina? Vedete lui è forte! Lui è gioia! Lui è canto. Quando mai un pezzente che canta? Non è un pezzente che a terra chiede.” “Oh! – gridava il cieco. Sono io. Sono io. Ecco le mie mani! Ecco i miei occhi. Ora vedo. Non ricordate le mie mani rugose e povere, come queste? Queste mani a voi tendevo. Non ricordate gli stracci logori che voi stessi un giorno avete dato? I vostri stracci. Ecco i vostri stracci. Sono io. Sono io. Ora ci vedo.” “E allora – imperavano ancora i farisei – dicci come? Dicci come? Non è possibile ai giorni d’oggi che un cieco all’istante ci veda. Dicci come.” “Io non so come fece, quello che chiamano Gesù. So che mi riempì gli occhi di fango e saliva. Oh! che sollievo! Che freschezza! Che aroma nei miei occhi, appena l’acqua di Sìloe mi lavò. Ha obbedito a voi. Ora ci vedo. Sono andato, mi sono lavato e ora ci vedo.” “Ma dicci un po’ – dov’è andato questo tale? – imperò con rabbia un sacerdote.” “Oh! potessi vederlo. Non lo so.” “Beh! Allora vieni con noi. Non sai che oggi è sabato? E i miracoli e le guarigioni, anche a Dio, sono proibiti? Vieni con noi.” E lo trascinarono dal sommo sacerdote. E dal trono del tempio gli chiese: “Dicci come. Dicci come. Non è possibile che di sabato un cieco guarisca e ci veda. Che Dio di sabato disobbedisce?” “Oh! già l’ ho detto. Io ci vedo. Che c’è di strano a vedere? Ecco io ci vedo. Dimmi che cosa devo vedere? Un po’ di saliva, un po’ di fango e l’acqua di Sìloe. Lì mi sono lavato. Là, inviato; là lavato. Gli occhi miei in voi sono aperti.” “Ma lo sai che di sabato è proibito guarire e faticare nell’andare a Sìloe? Come può un peccatore di sabato guarirti? (Che disobbedisce a Dio, Lui che si proclama Dio?). inviato proprio nell’acqua di Sìloe. Ma inviato per chi? Per noi o per te?” Altri poi con ironia gli diedero consiglio: “Dicci tu il tuo parere. Tu che ne dici, dato che ci vedi?” “Io ci vedo. E’ un profeta.” “Tu, tutto immerso nel peccato, a noi vuoi insegnare?” – gridano tutti. “Oh! a voi, io ho risposto perché interrogato. Basta! Io ci vedo.” “Muto. Zitto pezzente. Tutto immerso nel fango. Vuoi insegnare a noi? Anche i tuoi genitori lo sanno. E’ questo vostro figlio? Il cieco nato?” “Sappiamo che è nostro figlio. Si, che è nato cieco. Non sappiamo come egli ci veda. E chi mai gli ha aperto gli occhi. O fa finta di vederci. E’ grande ormai. Non ci riguarda.” Ancora una volta la paura uccide la luce. Quei genitori l’avrebbero accecato a tanto interrogatorio di potere e a tanto schianto da morire fuori del tempio.” “Preferisco camminare fuori del vostro tempio, piuttosto che uccidere la verità – gridò colui che vide a Sìloe. Volete essere suoi discepoli? O volete uccidere un profeta che guarisce persino un cieco nato?” “Ma dicci come. Dicci come. E presto scopriremo l’inganno.” “Oh! non serve ripeterlo ancora. Chi è duro di cervello mai si commuove. Mai scopre la verità.” “Buffone. Peccatore. Fin dalla nascita. Sii tu, suo discepolo. Noi abbiamo Mosè e Abramo.” “Che strana la vita. Prima voi mi avete pietito e per amor di Dio mi avete elemosinato. Ora che Dio mi ha guarito, dal tempio vostro mi cacciate. Che strana la vita. La vostra vita. Da che mondo è mondo, non s’è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato ed è anche peccatore. Voi lo capite che sbagliate. La vostra cattiveria vi ha reso ciechi. Ecco io ci vedo. Si, io vedo bene, anche le vostre cattiverie.” E a pedate quei farisei, con rabbia e ancora a nome di Dio, lo cacciarono a precipizio dalle scale del tempio. Cadde sicuro ai piedi di Cristo. “Tu credi al figlio di Dio?” – addolcì la caduta il nazareno. “Oh! chi è, Signore, perché io creda in lui?” “Ecco mi vedi. Sono io, dinanzi ai tuoi occhi.” Il cieco nato, luminoso negli occhi, se lo abbracciò. “Io credo – gridava. Io credo. Io vedo, io vedo.in te credo. In te, io vedo e io credo.” Mario si sciacquò la faccia, gli occhi e ritornammo in paese. Paolo Turturro
Dalla Francia… Ho letto le “lettere da Laodicea”. Come mai è possibile scrivere parole così giuste, belle, vere! Per me e per tanta gente, qua in Francia, gente a cui ho fatto leggere le lettere ( dopo la traduzione…) sono lezioni di spiritualità, di saggezza; un aiuto straordinario per la preghiera, la possibilità di una riflessione sulle nostre angosce umane, sui nostri dubbi, a volte, sulle nostre ribellioni. Il suo è un messaggio di speranza. Abbiamo bisogno di parole come le Sue e forse ancora di più in Francia, dove la nostra fede diventa tiepida; come aveva detto il Papa Giovanni Paolo II: “ Francia, cos’ hai fatto del tuo battesimo?” Non capisco bene perché queste lettere sono chiamate “da Laodicea”; ho visto questo nome nell’Apocalisse, ma NON RIESCO A CAPIRE perché QUESTO TITOLO. Grazie per queste parole del Signore che lei trasmette. Pace e bene! Paix a vous et merci! Claire Clausse
Dacci oggi il nostro Papa… “ Non chiedere mai per chi suona la campana, essa suona per te”, così scriveva il poeta inglese John Donne più di tre secoli fa. Le campane hanno suonato in tutto il mondo per me, per te, per noi cattolici, per tutti gli uomini amati dal Signore. Per tutti allora, proprio per tutti. E’ Benedetto XVI, un papa per tutti, senza relativismi. La convergenza degli altri voti sul suo nome è segno che lo Spirito per primo ha messo il suo sigillo su quel nome. Del resto chi si aspettava un Roncalli papa e chi poteva lontanamente supporre un papa polacco? Quando la folla sentì il nome Wojtyla, già c’era chi lo chiamava “Voitila” e chi “Uoitua”; ma subito dopo era soltanto papa Giovanni Paolo. Proprio mentre alla televisione scorrevano le immagini del film sulla vita del papa polacco e le strazianti scene di un popolo violentato e umiliato dai nazisti tedeschi, ecco che sull’altro canale si sentiva la voce di un papa tedesco che si presentava come” un lavoratore umile della vigna di Gesù Cristo”. Non è questo un segno di grande vittoria di Cristo? Da quel popolo guerriero per eccellenza viene adesso un lavoratore – chiamato già alla porpora cardinalizia da un papa polacco, e che si presenta timidamente alla folla e alzando la sua mano benedicente lancia un ponte verso l’umanità, un ponte più grande e più attraente di un arcobaleno; una benedizione che è segno di pace. Da un tedesco accogliamo con più credibilità un segno di pace. In un secondo tutto il mondo ha saputo il nome del nuovo papa. I giornalisti avranno molto da scrivere in queste ore, ma spero che non pretendano di dire tutto quello che papa Benedetto XVI farà, dirà e scriverà, ( lasciatelo libero di stupirci), come se avesse terminato il suo mandato. Pazienza! Ora è tempo di accoglienza e di preghiera. Ratzinger non è più un cardinale. Il suo predecessore ci ha riscaldato i cuori, ora dobbiamo fare in modo che questo calore faccia crescere in noi una fede matura, ricca di opere di carità e di santità… I giovani di ogni età con questo papa troveranno, credo, un ferreo pastore che sarà anche disposto ad essere “corriggiato”, ma che sarà anche pronto a correggere e a sostenere le sue pecorelle. Il relativismo di cui parlava il cardinale Ratzinger è un virus capace di inquinare il nostro cammino umano, se non lo conosciamo bene e non ne estirpiamo le radici malsane. Noi viviamo nella relatività, ma anche nel mistero dell’assoluto. Cristo ha abbracciato tutte le nostre relatività, le ha crocifisse, purificate e santificate. Ora siamo tralci collegati alla vigna divina. Non possiamo vivere dissociati dalle responsabilità del nostro essere, della nostra fede nel mondo. Ognuno di noi oggi sia santo e Subito. Salvatore Ruggiano
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| Suggerimenti | "Abbiamo imparato a volare come gli uccelli a nuotare come i pesci, ma non abbiamo imparato l'arte di vivere come fratelli" (M.Luther King) |
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